
Cos’è la follia? Una riflessione ispirata a Foucault
La follia ci affascina e ci spaventa. È la soglia che separa ciò che comprendiamo da ciò che ci sfugge, ciò che riteniamo umano da ciò che giudichiamo inaccettabile. Ma siamo davvero sicuri di sapere cosa significhi “essere folli”? Oppure è la società stessa a costruire questa definizione, di epoca in epoca, in base a ciò che vuole escludere?
A questa domanda tenta di rispondere Michel Foucault in uno dei suoi lavori più complessi e influenti: Storia della follia nell’età classica. Pubblicato nel 1961, questo saggio monumentale non è semplicemente uno studio sulla malattia mentale, ma un’indagine storica e filosofica sul modo in cui l’Occidente ha trattato la follia — e, di riflesso, se stesso.
Uno sguardo rivoluzionario
Foucault non parte da una definizione medica o psicologica della follia. Non si chiede cos’è la schizofrenia o la depressione. Si chiede, piuttosto, come la società ha parlato della follia, come l’ha vista, come l’ha trattata. Il suo approccio non è clinico, ma storico e filosofico. E in questo, è dirompente.
Secondo Foucault, la follia non è una realtà fissa, oggettiva. È una costruzione storica: ciò che in un’epoca era considerato saggezza mistica, in un’altra diventa delirio. Ciò che era accettato come parte della vita umana, in certi periodi viene rinchiuso, represso, cancellato.
Dalla nave dei folli all’internamento
Nel Medioevo, ci racconta Foucault, la follia era ancora parte della città: i folli vagavano liberi, talvolta temuti, talvolta ascoltati come portatori di verità scomode. Ma a partire dal Rinascimento le cose cambiano.
Una delle immagini più potenti del libro è quella della “nave dei folli”: barche che solcavano i fiumi e i mari dell’Europa, su cui venivano caricati i malati di mente, espulsi dalle città. Un’esclusione fisica e simbolica: la follia viene messa alla deriva.
Nel Seicento inizia un altro fenomeno: l’internamento. Nascono istituzioni dove vengono rinchiusi non solo i folli, ma anche poveri, mendicanti, vagabondi, prostitute, ribelli. La follia non è più un mistero da ascoltare, ma un’anomalia da reprimere. Il silenzio prende il posto della parola.
Follia e potere
Secondo Foucault, questa svolta non è casuale. La nascita della psichiatria moderna coincide con l’affermarsi di nuove forme di potere, che hanno bisogno di controllo, ordine, razionalità. La medicina mentale diventa così anche uno strumento politico: decide chi è sano e chi no, chi può parlare e chi deve tacere, chi merita libertà e chi va escluso.
Non è un’accusa ai medici, ma una riflessione più ampia: dietro ogni sistema di cura c’è sempre anche un sistema di verità, che stabilisce ciò che è “normale” e ciò che va rimosso. La follia, allora, diventa lo specchio delle paure di una società.
“La follia è ciò che viene messo fuori dal discorso, fuori dalla città, fuori dallo sguardo. Ma ciò che si esclude, ci definisce.”
Un tema ancora attuale
Oggi, pensiamo di essere più avanzati. Le diagnosi sono più precise, le cure più umane. Eppure, il cuore della questione resta: chi decide cosa è normale? Chi stabilisce se una voce interiore è allucinazione o ispirazione? Se una crisi è una malattia o una fase della vita?
Le categorie psichiatriche continuano a evolversi, e con esse i farmaci, i protocolli, le etichette. Ma la riflessione di Foucault ci invita a non accettare queste definizioni come verità assolute. Ci invita a guardare dove si muove il confine tra ciò che è incluso e ciò che è escluso, tra ciò che è considerato umano e ciò che è disumanizzato.
Una domanda aperta
Foucault non offre risposte consolatorie. Non ci dice cosa sia davvero la follia. Ci chiede invece di essere consapevoli di come la definiamo. E, forse, di chiederci: se la follia è una costruzione sociale, allora anche la normalità lo è?
In un tempo in cui tutto viene catalogato, etichettato, diagnosticato, Storia della follia nell’età classica resta un invito radicale a pensare con la nostra testa. A non dare per scontate le parole che usiamo. E ad ascoltare, magari, anche ciò che non capiamo subito.


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