
Il 16 agosto 1920 nasceva Charles Bukowski, al secolo Heinrich Karl Bukowski. Trasferitosi negli Stati Uniti da bambino, crebbe a Los Angeles in una famiglia difficile, segnata da un padre autoritario e violento. Questo ambiente lasciò un segno profondo nella sua sensibilità e nella sua scrittura, sempre carica di rabbia, cinismo e ironia.
Bukowski non ebbe mai una “carriera letteraria” nel senso tradizionale. La sua esistenza non fu mai lineare: dopo qualche pubblicazione giovanile e un lungo silenzio creativo, trascorse anni tra lavori precari – dalle poste ai magazzini – camere d’affitto sporche e una dipendenza dall’alcol che divenne quasi il suo marchio di fabbrica. Lavorò alle poste di Los Angeles per oltre dieci anni, esperienza che ispirò uno dei suoi romanzi più celebri, Post Office (1971). Non frequentava i salotti letterari, non cercava riconoscimenti ufficiali: si muoveva ai margini, con una bottiglia di birra in una mano e un taccuino nell’altra.
Un aneddoto curioso riguarda il suo definitivo “salto” verso la scrittura: nel 1969, l’editore John Martin gli offrì uno stipendio mensile di 100 dollari a vita, a patto che si dedicasse solo a scrivere. Bukowski accettò senza esitazione e pochi mesi dopo consegnò il manoscritto del suo primo romanzo. Da lì nacque il mito letterario che conosciamo.
Fu un autore che scrisse sempre a partire da sé stesso. Non aveva paura di mostrarsi fragile, sporco, eccessivo. Nei suoi racconti e romanzi, l’alcol, le corse ai cavalli, le donne e la solitudine diventano materia letteraria, trattata con ironia amara e un linguaggio diretto, quasi brutale. È per questo che molti lo considerano uno degli scrittori più autentici del Novecento: non cercava di piacere, cercava solo di dire la verità.
La sua “vita da autore” è l’opposto della figura romantica del poeta ispirato: Bukowski scriveva di notte, spesso ubriaco, battendo sui tasti della macchina da scrivere in appartamenti fumosi. Non c’erano riti eleganti o abitudini disciplinate: c’erano disordine, improvvisazione e un’urgenza viscerale di mettere nero su bianco ciò che vedeva e provava.
Eppure, proprio in questa vita strampalata ed eccessiva, trovò la sua voce. Una voce che parlava agli emarginati, ai disillusi, a chi non si riconosceva nella società del successo e della perfezione. Una voce che continua a farsi ascoltare ancora oggi, perché dietro i fiumi di alcol e i toni sboccati c’era sempre un uomo che cercava, a modo suo, un po’ di bellezza.
Come scrisse lui stesso: “Se succede qualcosa di bello o di brutto, bevi un bicchiere e scrivilo.”
E forse è proprio questo il suo lascito più grande: l’idea che la vita, anche nelle sue forme più scomode e imperfette, meriti sempre di essere raccontata.
Tra le sue opere più note troviamo:
- “Post Office” (1971), romanzo autobiografico sul lavoro alle poste;
- “Factotum” (1975), il vagabondare tra lavori saltuari e alcol;
- “Donne” (1978), una cronaca spietata e ironica dei suoi rapporti con il sesso femminile;
- “Panino al prosciutto” (1982), romanzo di formazione che racconta la giovinezza di Henry Chinaski, suo alter ego letterario;
- “Storie di ordinaria follia” (1972), raccolta di racconti che lo consacrò a livello internazionale.
E tu, hai mai letto un suo libro? Fammelo sapere lasciando un commento.

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